Francesc Català Roca,“Las Ramblas con la pioggia”, Barcellona 1952

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Francesc Català Roca è passato alla storia per essere stato uno dei fotoreporter neorealisti più famosi del XX secolo, nonché rivoluzionario dell’espressione della fotografia spagnola.
Paragonato a Cartier-Bresson, Català Roca ha il merito di aver portato il rinnovamento all’interno della fotografia, in particolare di aver proposto un nuovo punto di vista nella fotografia documentarista.
Català Roca con la sua abilità, la sua attenzione per i dettagli e la straordinaria capacità di cogliere il momento irripetibile, ha saputo documentare i cambiamenti della sua nazione, la Spagna, delle sue guerre civili ma anche la situazione dei paesi e delle cittadine povere in cui, nonostante tutto, le persone non perdono mai la speranza. La macchina fotografica, nelle sue mani, diventa lo strumento per dipanare e mostrare la complessità dell’animo umano.
Le fotografie di Francesc Català Roca sono sempre chiare, di forte impatto emotivo, semplici e simboliche al tempo stesso, animate dalla fusione fra verità e bellezza. Quello che colpisce particolarmente nei suoi scatti è la totale assenza di giudizio, qualunque sia il soggetto ritratto. Al contrario è sempre possibile riscontrare un profondo senso del rispetto e della dignità.
Català Roca ha sempre preferito immortalare le persone nel loro quotidiano ma anche gli artisti e gli intellettuali, come il suo grande amico Mirò, non certo propenso a farsi fotografare. E’ stato un amante del bianco e nero ma fra gli anni ’60 e gli anni ’70 scoprì la bellezza del colore, decidendo di entrare anche nel mondo della pubblicità e di dedicarsi alla fotografia turistica.
Come tutti i fotografi, Roca ha un obiettivo: catturare la realtà e mostrarla, senza manipolarla, trasformandola in un opera d’arte discreta in cui emergono i lati invisibili di ciò che si sta guardando.
Francesc Català Roca nacque a Valls nel 1922. Mosse i suoi primi passi nel mondo della fotografia studiando i libri del padre e lavorando con lui nello studio fotografico che aveva in gestione. Padre e figlio, però, si sono sempre trovati in disaccordo sia sul metodo che sull’estetica del fare le fotografie: Francesc figlio era un amante delle fotografie semplici, non manipolate, al contrario del padre. Questo disaccordo portò alla rottura professionale tra i due, tanto da aprire, nel 1948, uno studio fotografico indipendente.
La popolarità arrivò in breve tempo e già nel 1952 Català Roca pubblicò il suo primo libro in cui ritrasse la Sagrada Familia, uno dei più importanti e magnifici monumenti della Spagna. Il libro fu anche la base per la realizzazione di un documentario. Gli anni ’50 furono costellati da numerosi successi per Roca: tenne una prima mostra individuale a Barcellona dove collezionò anche il suo primo premio di peso, nonché nella galleria Nebli Madrid.
Gli anni ’60 si dimostrarono più prolifici per quanto riguarda il lavoro di fotografo, con soprattutto la sperimentazione del colore al posto del bianco e nero fino ad allora utilizzato.
Il successo per Roca si concretizzò ulteriormente con le collaborazioni per varie pubblicazioni (Destiny, La Vanguardia ed Illustrated Gazette). pubblicò lui stesso una sessantina di libri, e ricevetta diversi premi tra i quali il Premio Nazionale Articoncessa, il Premio Nazionale di Arti Plastiche, diverse medaglie di merito artistico), oltre che partecipare numerose esposizioni (USA, Asia, Europa e Spagna).

~Valentina Verdoliva~

 

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Gian Paolo Barbieri, Audrey Hepburn per Valentino, Vogue Italia, 1969

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Gian Paolo Barbieri nasce in via Mazzini, nel centro di Milano, da una famiglia di grossisti di tessuti dove, proprio nel grande magazzino del padre, acquisisce le prime competenze utili per la fotografia di moda.
Muove subito i primi passi nell’ambito teatrale diventando attore, operatore e costumista insieme al “Il Trio” , gruppo teatrale formato con due suoi amici, nel rifacimento di alcune parti di famosi film come La via del Tabacco, La Vita di Toulouse Lautrec e Viale del Tramonto.
In seguito, gli viene affidata una piccola parte non parlata in ”Medea” di Luchino Visconti, con Sara Ferrati e Memo Benassi.
Il cinema noir americano costituisce una base importante per lui, cercando di capire come le attrici potessero risultare così belle illuminate da una luce tutta particolare che le rendeva ancora più affascinanti. Innumerevoli gli esperimenti con lampadine infilate nei tubi della stufa della cantina, da autodidatta, non avendo frequentato nessuna scuola di fotografia.
Il cinema gli diede il senso del movimento e l’occasione di portare la moda italiana, nata su fondo bianco in pedana, in esterno, dandole un’anima diversa.
Con l’occasione di trasferirsi a Roma, e grazie alle prime fotografie scattate in puro clima “Dolce vita”, Barbieri accetta l’offerta di lavorare a Parigi poiché definito talentuoso nella fotografia di moda. Inizia così la sua carriera come assistente al fotografo di “Harper’s Bazar”, Tom Kublin, per un periodo breve ma intenso, in quanto Kublin mancò per un ictus solo 20 giorni dopo.
Nel 1964 torna a Milano aprendo il suo primo studio fotografico, dove comincia a lavorare nella moda scattando semplici campionari e pubblicando servizi fotografici su Novità, la rivista che in seguito, nel 1966, diventerà Vogue Italia.
Da quel momento inizia la sua collaborazione con Condè Nast, pubblicando anche su riviste internazionali come Vogue America, Vogue Paris e Vogue Germania.
Nel 1968 il settimanale “Stern” lo classifica all’interno dei quattordici migliori fotografi di moda nel panorama mondiale.
Personaggi della scena come Diana Vreeland, Yves Saint Laurent e Richard Avedon, fanno parte della sua storia tanto importante quanto le collaborazioni con le attrici più iconiche di tutti i tempi da Audrey Hepburn a Veruschka e Jerry Hall.
Fondamentale tappa del suo iter è l’esperienza con Vogue Italia insieme alla realizzazione delle più grandi campagne pubblicitarie per marchi internazionali come Valentino, Gianni Versace, Gianfranco Ferré, Armani, Bulgari, Chanel, Yves Saint Laurent, Dolce & Gabbana, Vivienne Westwood e tanti altri con il quale ha interpretato le famose creazioni degli anni ’80, in concomitanza con la conquista del Made in Italy e del prêt-à–porter italiano.
Gli anni Novanta portano Barbieri a compiere diversi viaggi alla scoperta della cultura senza limiti, uniti alla curiosità per paesi lontani e gruppi etnici, per la natura e per gli oggetti più disparati secondo le sue ispirazioni, dando vita poi, a meravigliosi libri fotografici in cui luoghi e realtà lontane vengono raccontati attraverso il suo impeccabile gusto.
Nonostante le foto siano in esterno e spesso immediate o fugaci, risultano talmente “perfette” da sembrare scattate in studio, unite alla spontaneità della popolazione e dei luoghi con un’eleganza ed uno stile che lo contraddistinguono sempre, riuscendo ad intrecciare la spontaneità della fotografia etnografica al glamour della fotografia di moda.
Barbieri continua tutt’oggi ad essere richiesto come fotografo e artista per campagne pubblicitarie, redazionali ed esponendo le sue opere al Victoria & Albert Museum e National Portrait Gallery di Londra, al Kunsforum di Vienna e al MAMM di Mosca.

~Valentina Verdoliva~

Fotografare. Perché?

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Perché fotografiamo? Questa è la prima domanda che dovremmo farci prima di premere il pulsante di scatto e la prima risposta che viene in mente è che si vuole avere un ricordo, come se fosse pressoché impossibile ricordare senza l’aiuto di una fotografia. Cristallizzare i momenti. Il problema più grande è che, se ci fermiamo un attimo a riflettere, cristallizzando i momenti ci stiamo dimenticando di viverli e come se ciò che ci sta intorno non potrebbe esistere se non necessariamente imprigionato all’interno dei display dei nostri smartphones. Il passo successivo – tantomeno inevitabile – è la condivisione sui social network e ancor meglio se, in quello che abbiamo fotografato, mettiamo pure le nostre facce (selfie) come per ribadire che anche noi esistiamo perché siamo venuti in foto per supplire così la nostra assenza fisica sulla rete.

A questo punto la domanda successiva è: la fotografia di questi tempi può esistere fuori dalla rete?

Oggi chi si avvicina alla fotografia per diletto lo fa mirando ad internet e ai social network con la speranza di far ammirare i propri lavori per ricavarne i cosiddetti “like” e il favore del grande pubblico.  Magari poi questo pubblico di fotografia è completamente digiuno, ma ciò non ha importanza, si è già verificata la situazione che tanti “mi piace” hanno creato un “grande fotografo”.

Niente di più sbagliato. La fotografia non è semplicemente fare soltanto belle fotografie o comunque qualcosa che risulti gradevole alla vista. La fotografia è un linguaggio e di conseguenza deve raccontare qualcosa, deve essere utile. Di solito la rete è piena di fotografie banali, di cose talmente inutili che l’intento di raccontare il mondo attraverso l’obiettivo è fallito già ancor prima di premere il pulsante di scatto.

Se si guarda all’utenza definita “amatoriale” o “dilettantistica” permane una confusione fondamentale tra fine e mezzo che finiscono per divenire un elemento unico che si dibatte all’interno di ripetizioni che si autoalimentano. Lo strumento che per definizione dovrebbe essere solamente un mezzo attraverso il quale si manifesta una volontà di espressione, finisce nei più per essere l’unico fine da raggiungere.

Le domande che ci dovremmo forse porre sono queste: cosa ci spinge a definire porzioni di mondo all’interno di un’inquadratura? Vogliamo davvero rappresentare il mondo come lo vediamo? Oppure vogliamo cercare di bloccare l’inesorabile passare del tempo alleviando l’ansia che deriva dalla consapevolezza di una dimensione terrena transitoria?

È proprio a quest’ultima domanda che l’appassionato cerca di dare una risposta specialmente chi non ha alcun interesse profondo verso l’immagine fotografica. Peccato, però, che le trasformazioni tecnologiche hanno diffuso l’impiego di una fotografia immediata, impalpabile, che compare su uno schermo a cristalli liquidi che è sempre meno spesso stampata senza, ad esempio, fermare il volto di qualcuno nel tempo arrestandone l’invecchiamento su un rettangolo di carta.

Quante domande si possono fare sulla fotografia che facciamo tutti i giorni, ma le domande, purtroppo, sono sempre le solite. Prima si chiedeva che pellicola era stata usata adesso si chiede quanti megapixel ha il sensore della fotocamera. Insomma la tecnologia sarà anche cambiata, ma in pratica tutto il resto è rimasto uguale: lo strumento continua a essere un fine per la maggioranza e quasi nessuno si chiede perché sta facendo qualcosa.

Chiudo con un ultimo quesito provocatorio, ma che si ricollega all’inizio dell’articolo, rivolgendolo a chi in questo momento sta leggendo queste parole:

È meglio, a volte, vivere a pieno un momento felice della propria vita oppure fermarsi a fotografare la felicità?

~Orazio Cantio~

Educare lo sguardo alla buona fotografia

In un mondo in cui la tecnologia sta modificando il nostro modo di vivere anche la fotografia ha subìto – e continua ancora a subire – radicali cambiamenti nel modo di concepirla dovuti soprattutto ai nuovi mezzi di comunicazione tra cui i social media.

La funzione primaria della fotografia, ovvero raccontare e documentare il mondo, man mano si è tramutata in qualcosa di diverso: non è importante tradurre in fotografia la realtà, ma piuttosto trasformare la realtà in qualcosa di proprio che finisce per essere qualcosa di completamente diverso da ciò che si è visto. Il risultato finale è quello di mettere in “primo piano” la nostra vita e ciò che piace solo a noi per ritrovarsi ad avere uno “sguardo rovesciato” solo verso noi stessi.

Ma prima di approfondire questo argomento fermiamoci un attimo e riflettiamo sul fatto che fotografare è un linguaggio. Il vedere viene prima del parlare, del resto è la prima cosa che siamo capaci di fare prima di acquisire la piena padronanza delle parole e della capacità di metterle assieme per formare frasi di senso compiuto. Ecco, il problema sta proprio nel formare qualcosa di senso compiuto. E perché se la fotografia è anch’essa un linguaggio non deve essere di senso compiuto, significare qualcosa, veicolare informazioni e raccontare per immagini tutto ciò che di bello o, in taluni casi, di meno bello accade attorno a noi? Nessuno si prenderebbe la briga di mettere in una stessa frase parole a caso solo perché stanno bene assieme o hanno un suono gradevole, ma che alla fine insieme non hanno nessun significato e non comunicano nulla. Ebbene, oggi la maggior parte della fotografia che viene veicolata e postata dagli utenti dei social network non significa nulla, non racconta nulla, non è più finestra sul mondo: fotografare è ormai inventare un’estetica e una bellezza dove altrimenti non ci sarebbero. E in tutto questo i filtri fotografici applicati sono la ciliegina sulla torta che rende gradevole qualcosa che altrimenti passerebbe letteralmente inosservata.

Dopo questa premessa generale sulla fotografia, che senz’altro sarà approfondita negli articoli che verranno facendoci anche inevitabilmente la domanda “perché fotografiamo?”, è d’obbligo fermarci ad analizzare un altro aspetto che nasconde delle problematiche sia sociologiche che psicologiche e che sfocia, in qualche caso, nel patologico: il fenomeno dei selfie. Anche in questo caso, prima di addentrarci nel merito della questione, è necessario introdurre il concetto di ritratto e di autoritratto. Il Random House College Dictionary definisce il ritratto di qualsiasi genere “una riproduzione delle sembianze di una persona, in particolare del volto”. Un ritratto, risultato di un processo basato sul consenso, dipende dalla volontà del soggetto di essere fotografato e presuppone fiducia. Solitamente il soggetto si trova davanti la macchina e il suo contratto con il fotografo è tangibile nello spazio che li separa: attraverso questa distanza si instaurano delle relazioni di potere e di tensione tra le persone coinvolte. La stessa fotografia registra questo scambio.

Nell’autoritratto il fotografo e il soggetto coincidono: non si è più dietro la macchina fotografica né tantomeno è possibile vedere se stessi dal mirino. In queste circostanze si perde un po’ di controllo, non essendo possibile prendere decisioni importanti come cosa inquadrare e quando scattare, con la conseguenza che la foto potrebbe non essere di nostro gradimento. In entrambi i casi – ritratto e autoritratto – le nostre fotografie saranno sempre in parte delle sorprese, indipendentemente dal grado di controllo che si può esercitare. Ed è qui che sta il vantaggio: c’è la possibilità che si possa scoprire qualcosa di interessante che va oltre a ciò che pensavamo di fare e, soprattutto per l’autoritratto, può nascere la soddisfazione provocata dalla meraviglia di fronte a qualcosa che non ci si aspetta.

Il selfie non è un autoritratto come erroneamente si è portati a pensare: è la nostra immagine riflessa e fissata in fotografia piuttosto che in uno specchio. Nei selfie decidi quel sarà il tuo sorriso, il tuo sguardo o comunque quale sarà l’aspetto migliore di te che dovrai condividere sui social. Ne deriva che questa tendenza è diventata un’ossessione ai limiti di una patologia. L’essere assenti fisicamente sul web deve essere compensato con dei continui segnali che esisto veramente attraverso un mezzo illusorio come la fotografia. La patologia narcisistica fa danni irreversibili e apparire come non si è, attraverso inquadrature o luci particolari, diventa necessario con una inevitabile falsificazione della normalità. Il motivo di tutto ciò è semplice: si tende di esprimere, attraverso l’immagine, desideri, possibilità e futuri solo sognati. Ed in tutto questo si perde la magia e il fascino originario della vera fotografia che è sorpresa e stupore per il mondo che ci circonda. E così la fotografia si trova ad essere indifferente alla verità e alla realtà come se essa avesse preso il posto della didascalia della foto da diventare un titolo, un luogo, una descrizione perché non testimonia quello che è accaduto, ma quello che accadrà, racconta e comunica un’intenzione.

Così ci ritroviamo ad educare lo sguardo solo verso noi stessi – per poi ritrovarci degli ignoranti a livello fotografico – poiché non si fa più l’esercizio dell’osservare e di raccontare il mondo. Non mettiamo le “parole” giuste al posto giusto e creiamo frasi disordinate e prive di significato che non seguono alcuna regola grammaticale.

Ferdinando Scianna, fotografo e fotoreporter italiano, commenta così questo cambiamento: “Il mondo cambia, perché mai non dovrebbe cambiare? Il problema non è il mezzo e quindi nemmeno gli smartphones lo sono. Il mio non è un giudizio morale. Quello che non va bene della fotografia di oggi, al tempo dei selfie, è che non si riflette più su quello che viene prima dell’immagine, non si guarda più. L’immagine è diventata più importante della realtà come McLuhan* aveva già capito sarebbe accaduto”.

~Orazio Cantio~

 

 

* La fama di Marshall McLuhan è legata alla sua interpretazione innovativa degli effetti prodotti dalla comunicazione sia sulla società nel suo complesso sia sui comportamenti dei singoli. La sua riflessione ruota intorno all’ipotesi secondo cui il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione produce effetti pervasivi sull’immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell’informazione di volta in volta veicolata. Di qui la sua celebre tesi secondo cui “il medium è il messaggio”.

La fotografia sta cambiando le nostre vite

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Tutto è fotografia prima ancora di essere realtà. La fotografia è un mezzo espressivo tra i più ambigui che esistano perché se da una parte ha la pretesa di documentare la realtà dall’altra parte è quanto di più lontano dal reale si possa immaginare. Ci accompagna ogni giorno e riempie la vita di ognuno di noi. Tutti ormai non possiamo non definirci fotografi poiché tutti, ma proprio tutti, abbiamo in tasca un apparecchio fotografico – come il cellulare – capace di acquisire immagini dal mondo che ci circonda. Siamo passati dalle foto di eventi importanti (matrimoni o battesimi) alle foto di tutto ciò che vediamo e che ci interessa. E più che parlare di foto è più esatto parlare di immagini ricavate attraverso mezzi diversi e con elaborazioni particolari e perfino con modifiche della realtà: basti pensare alla modifica più semplice di tutte cioè dal colore al bianco e nero. Oggi è possibile tutto. Oggi scattare non è un modo personale per guardare il mondo, non è una sfida che mette in gioco il nostro punto di vista. Oggi scattare è una cosa immediata, permette di vedere subito la foto, di mostrarla. Al tempo dell’analogico le foto non si “facevano”, ma “venivano”. La tipica domanda che si faceva al fotografo era: “come sono venute le mie fotografie?”. Tutto era attesa e magia. Il risultato era influenzato da diverse variabili: il mirino, la messa a fuoco, l’esposizione, il tipo di pellicola utilizzata, etc.. Con l’avvento del digitale e degli smartphones la magia è svanita: dal display si riesce già a vedere come sarà la foto e… senza sorprese! Non si fotografa quello che c’è fuori, si fotografa come se il mondo fosse già una fotografia. Se prima c’era il vero con l’inquadratura, il tempo, l’attesa e la stampa come atto finale, adesso c’è solo la fotografia e neppure stampata. È strano da ammettere, ma non resta nulla delle foto di oggi. Stanno ormai in memorie, in supporti che forse diventeranno illeggibili dal tempo con la vana speranza dentro di noi che un giorno le stamperemo. Passa il tempo e tutte restano lì, dimenticate. Così l’immortalità della fotografia perde molto del suo fascino e diventa memoria labile e quello che conta è l’ultimo scatto che verrà presto sostituito con un altro e un altro ancora. È un po’ come guardarsi allo specchio: non ricordiamo lo specchiarsi di ieri o del mese o dell’anno prima… ricordiamo solo lo specchiarsi di oggi.

Si pensa che la fotografia non menta, ma che la fotografia metta a nudo la realtà, che ci spieghi le cose per quelle che sono: non è così. Niente più della fotografia è in grado di ingannare l’osservatore, di mostrare le cose come non sono. Per citare Lewis Hine, sociologo e fotografo statunitense: “La fotografia non sa mentire, ma i bugiardi sanno fotografare”. Per fare un esempio celebre di fotografia basti pensare a Il bacio all’Hotel De Ville di Robert Doisneau. La foto non riprende una scena autentica, ma la foto è costruita come un set cinematografico. Non c’è nulla di vero e spontaneo in questa fotografia, di vero c’è solo il messaggio che porta, cioè raccontare la felicità di un mondo che andava verso il futuro e che si lasciava alle spalle l’orrore della seconda guerra mondiale. Esempio di inganno fotografico creato “ad arte” senza che la foto sia stata ritoccata o ritagliata.

Con l’avvento del digitale tutto questo inganno è diventato ancora più evidente, dove è impossibile capire il confine con la verità nuda e cruda dell’immagine. Non importa più a nessuno della verità e della realtà dell’immagine. Non è importante tradurre in fotografia la realtà, ma è importante trasformare la realtà in qualcosa di proprio che finisce per essere qualcosa di completamente diverso da ciò che è visto. Si è perso il concetto fondamentale di fotografia che è quello di appropriarsi dell’esperienza e non di quello che si è visto. Non ha importanza la bellezza della foto: quello che conta è l’averla scattata, l’averla catturata. Il significato della fotografia è cambiato perché non è più eternizzare un momento importante della propria vita, ma è portare tutti gli attimi – anche quelli privi di particolare importanza – in una dimensione eterna. Fossilizzare la vita appena si compie o addirittura prima che si compia, una mutazione psicologica che i social network incoraggiano. Se un tempo la fotografia era la vita quando assumeva un forte significato emotivo e simbolico, adesso assume significato solo quando è condivisione e non come scatto in sé. Come dice Roberto Cotroneo, scrittore e saggista, lo scatto un tempo era sguardo su qualcosa mentre adesso è uno sguardo rovesciato: io scatto e condivido la foto non per raccontare cosa ho messo a fuoco, ma per chiedere agli altri chi sono, partendo da una sequenza di foto che sto postando. Così che cercare l’identità degli altri attraverso le immagini, abbiamo finito per mettere in primo piano la nostra.

La fotografia si è trasformata: da pratica per raccontare il mondo a pratica per raccontare se stessi e tuttalpiù il proprio mondo. È cambiata anche “nel modo di fare”: non ha importanza il dopo perché è importante il mentre e l’immediato. Ciò che si vede inquadrato dal display è ciò che sarà. Fotografare non è più bloccare il reale, non è più documentare, non è più ricordare in modo solido ciò che vediamo. Fotografare è inventare un’estetica e una bellezza dove altrimenti non ci sarebbero. E se un tempo si fotografava per sé o per gli amici adesso fotografare è diventato un atto pubblico, un qualcosa che viaggia per il mondo. Va da sé che la fotografia digitale deve adattarsi il più possibile a modelli professionali rispondendo a canoni di bellezza che hanno invaso l’immaginario di tutti. Inoltre, oggigiorno, le foto si devono condividere e non per forza condividere le proprie cose significa trasmettere e amplificare la bellezza del mondo. Però tutti un po’ credono questo. Invece condividere è un po’ liberarsi di qualcosa: si condividono le proprie angosce, i propri problemi, gioie o dolori con amici o fidanzati. Finisce così che condividere le proprie foto è un modo di alleggerirsi e di tenere a distanza la vita: la fotografia non è più un modo per appropriarsi di qualcosa, ma una forma di rimozione.

Nessuno ritrae più quello che vede, mostra sé stesso, i propri spazi, gli oggetti che gli appartengono e al massimo le immagini dei propri cari: sono tutti disposti a far entrare gli altri nella propria intimità e allo stesso tempo tenerli ad opportuna distanza. Insomma si condivide quello che facciamo e non quello che siamo. Così questo esporsi diventa un modo per combattere l’angoscia dell’assenza e l’intimità diventa una forma capovolta di distanza e di estraneità. Non è un caso che si facciano fotografie del proprio volto e non è un caso che l’obiettivo più usato degli smartphones sia quello frontale: lo schermo del cellulare diventa specchio e non finestra sul mondo. Un’intimità che risulta, quindi, rovesciata come una casa che al posto delle finestre ha soltanto specchi e dove guardare fuori è impossibile perché si è in grado solo di guardare noi stessi pensando che questo sia il vero panorama. Le finestre specchiano la nostra vita, ma dall’esterno restano vetri. Si genera un paradosso: gli altri ci vedono, ma noi vediamo solo noi stessi e il mondo è un luogo irraggiungibile  – dove non siamo capaci stare – che sappiamo fotografare sempre meglio.

A questo punto, la relazione tra narcisismo e fotografia è veramente stretta e questo è evidenziato dal proliferare del fenomeno del “selfie”. Teniamo presente che il selfie non è un autoscatto: è la nostra immagine riflessa e fissata in fotografia piuttosto che in uno specchio. Nell’autoscatto non ti vedi mentre si scatta e non puoi valutare e decidere come sarà il tuo sorriso e il tuo sguardo: nel selfie sì e decidi quale sarà l’aspetto migliore di te che dovrai condividere sui social. Ne deriva che questa tendenza sta diventando – se non lo è già diventata – un’ossessione ai limiti di una patologia. L’essere assenti fisicamente sul web deve essere compensato con dei continui segnali che esisto veramente attraverso un mezzo illusorio come la fotografia e nel caso particolare con i selfie. La patologia narcisistica fa danni irreversibili e apparire come non si è, attraverso inquadrature o luci particolari, diventa necessario con una inevitabile falsificazione della normalità. Il motivo di tutto ciò è semplice: si tende di esprimere, attraverso l’immagine, desideri, possibilità e futuri solo sognati. E il proliferare di queste immagini è alimentato da un altro fattore: fotografarsi e mostrarsi è gratis, non richiede alcun investimento. Inoltre, potremmo definire il selfie “iperfotografia”, cioè una fotografia che non testimonia quello che è accaduto, ma quello che accadrà, racconta e comunica un’intenzione. Per fare un esempio estremo, ma che è molto diffuso: una donna spedisce un selfie ad un uomo, con cui ha appena iniziato una relazione, in cui appare seminuda in una posa inequivocabile. A questo punto l’immagine non conta nulla e non serve nemmeno guardare se la luce è quella giusta o se è a colori o in bianco e nero. Quello che ha importanza è ciò che accadrà dopo. I volti non sono volti, ma sono delle volontà e dei messaggi. La modernità narcisistica è l’esempio di come lo scatto e il suo contenuto non hanno alcun valore. L’unica cosa che ha significato è il gesto che può portare ad un incontro o ad una nuova conoscenza, etc.. La fotografia così è indifferente alla verità e alla realtà, all’inquadratura e alle luci giuste come se essa avesse preso il posto della didascalia della foto da diventare un titolo, un luogo, una descrizione.

Fortunatamente, in questo profluvio confuso e chiassoso di fotografie che invadono i social network e creano un indistinto rumore di fondo – se abbiamo voglia di cercare e osservare – esistono ancora delle immagini che riescono ancora a guardarci, a fissarsi saldamente nella memoria collettiva. Sono fotografie che sanno creare uno spazio di silenzio dentro di noi che fermano i nostri pensieri e ci portano altrove e dove possiamo affacciarci da quella finestra per osservare finalmente il panorama e avere uno sguardo sul mondo.

~Orazio Cantio~

L’anno che verrà: i nuovi obiettivi per il 2018 di Grandangolo

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Si è svolta ieri, con il patrocinio del comune di Sapri, presso la biblioteca “Biagio Mercadante” la presentazione del calendario 2018 della nostra associazione. E’ stata questa un’occasione non solo per ricordare Maria Dorotea Di Sia, alla quale il calendario è dedicato, ma anche per presentare le nuove attività per l’anno a venire. Con il 2018, ormai alle porte, continueremo nelle nostre attività di divulgazione attraverso incontri formativi – organizzando corsi e workshop fotografici a tema – con un occhio sempre attento a valorizzare il territorio in cui la nostra associazione opera. Siamo aperti a tutti coloro che vogliono avvicinarsi a questo mondo apparentemente facile, ma che nel suo insieme è pieno di sfaccettature e permette di osservare il mondo da diversi punti di vista: già da questo mese, infatti, è possibile tesserarsi per il 2018 alla nostra associazione.
A mio avviso, è importante affrontare il tema della fotografia in modo serio e responsabile soprattutto alla luce dei nuovi cambiamenti tecnologici che negli ultimi anni si stanno verificando. Viviamo in un epoca di trasformazione e di conseguenza anche la fotografia subisce questi cambiamenti. Nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di poter spiegare il mio punto di vista in merito – ed anche di dire cosa l’associazione può offrire – attraverso un intervento televisivo sul tema di come la fotografia sta cambiando le nostre vite. Trovo utile riproporla qui a fine articolo. Colgo l’occasione per ringraziare la redazione di 105TV ed in particolare la giornalista Caterina Guzzo per questa interessante intervista, per avermi permesso di portare in televisione un aspetto complesso della fotografia e per l’aiuto datomi a renderlo di facile fruizione.

~Orazio Cantio~
Presidente di Grandangolo

 

Tesseramenti associazione e Calendario “Mare” 2018

Sono aperti i nuovi tesseramenti per il 2018 all’associazione “Grandangolo”. Il costo della tessera associativa è di euro 15,00.

Il Calendario “Mare” è disponibile su prenotazione al costo di euro 12,00 se ritirato presso la nostra sede.

Se si desidera ricervelo mezzo posta i costi sono i seguenti:

    • con spedizione postale ordinaria € 15,00 
    • con spedizione postale raccomandata € 18,00

 

 

 

 

Per iscriversi, acquistare il calendario oppure per avere maggiori informazioni inviare una mail a grandangolo.sapri@libero.it oppure telefonare al numero 345 0688188

Il calendario 2018 dell’Associazione Grandangolo “Mare” sarà dedicato alla memoria di Dorotea Di Sia

Mercoledì 13 dicembre 2017 alle ore 19.00 presso la biblioteca comunale di Sapri (Sa) verrà presentato il nostro calendario fotografico del 2018.
Il calendario, patrocinato quest’anno dal Comune di Sapri, ha per tema il mare.
Il mare inteso sì come nella sua definizione di complesso delle acque salate che circondano i continenti e le isole, ma soprattutto simbolo di quantità incommensurabile e di eccezionale vastità come può essere l’insieme di emozioni che può suscitare “l’immersione” nel mondo della fotografia. Un mondo ancora da esplorare nell’anno che verrà attraverso i nostri incontri fotografici, i nostri workshop, cercando di continuare a creare fervore e interesse con argomenti sempre nuovi e sempre più approfonditi. Partendo da questi presupposti, alcuni dei nostri associati hanno proposto la propria visione di “mare” e i risultati sono visibili nelle pagine che seguono. Inoltre, quest’anno abbiamo voluto dedicare il nostro calendario alla memoria di Maria Dorotea Di Sia, ragazza appassionata di fotografia, scomparsa prematuramente vittima di un incidente stradale.
Vito Sansone la racconta così: “Dorotea nasce nell’estate del 1988. Ultima di 4 figli. Schietta, allegra, gioviale ed empatica; di carattere deciso e di una bellezza semplice e disarmante. Frequenta il Liceo Artistico a Teggiano, dando seguito alla sua naturale propensione per l’arte sia figurativa che letteraria, in particolare la poesia, il disegno, la pittura ma soprattutto fotografia, di cui è grande appassionata. Grazie al suo estro riesce ad accedere all’Accademia delle Belle Arti di Brera (Milano), facendosi valere per le sue doti umane ed artistiche e per i suoi progetti di studi. Idealista e convinta paladina delle battaglie contro ogni ingiustizia ed in favore dei più deboli Doroty, come affettuosamente viene chiamata dagli amici ed in famiglia, sogna di poter diventare una fotografa professionista. Ma questo sogno viene brutalmente spezzato dall’auto guidata da un irresponsabile delle regole in un pomeriggio di maggio del 2014. Doroty da ragazza e vittima della strada si trasforma in farfalla, continuando a guidare i suoi genitori, Donato e Pietrina, ed i fratelli Raffaele, Luciano ed Anna nel solco di un’arte libera da schemi e convenzioni”.

~Orazio Cantio~

 

Il sogno di Doroty continua a volare

DoroteaDorotea nasce nell’estate del 1988. Ultima di 4 figli. Schietta, allegra, gioviale ed empatica; di carattere deciso e di una bellezza semplice e disarmante. Frequenta il Liceo Artistico a Teggiano, dando seguito alla sua naturale propensione per l’arte sia figurativa che letteraria, in particolare la poesia, il disegno, la pittura ma soprattutto fotografia, di cui è grande appassionata. Grazie al suo estro riesce ad accedere all’Accademia delle Belle Arti di Brera (Milano), facendosi valere per le sue doti umane ed artistiche e per i suoi progetti di studi. Idealista e convinta paladina delle battaglie contro ogni ingiustizia ed in favore dei più deboli Doroty, come affettuosamente viene chiamata dagli amici ed in famiglia, sogna di poter diventare una fotografa professionista. Ma questo sogno viene brutalmente spezzato dall’auto guidata da un’irreaponsabile delle regole in un pomeriggio di maggio del 2014. Doroty da ragazza e vittima della strada si trasforma in farfalla, continuando a guidare i suoi genitori, Donato e Pietrina, ed i fratelli Raffaele, Luciano ed Anna nel solco di un’arte libera da schemi e convenzioni. “Casa Stella” – dal nome dell’abitazione condivisa da Doroty nel periodo universitario milanese – immersa nel verde ed affacciata sul mare con, alle spalle, il gigante del Bulgheria, è per il momento il suo scrigno dei ricordi tra Scario e San Giovanni a Piro, ma presto diventerà la “Casa dei giovani artisti” del Golfo di Policastro.

Noi di Grandangolo vogliamo farvela conoscere passo dopo passo. Come? Lo scoprirete a breve.

~Vito Sansone~


Giornalista e speaker radiofonico. Si occupa di cronaca, politica, spettacolo, cultura e sport dal Golfo di Policastro e dal Basso Cilento per Radio Alfa, il quotidiano “La Città” e l’emittente SET TV

Sebastião Salgado

Il più grande esponente del nostro tempo.
Salgado, nativo delle calde terre brasiliane, fu dapprima uno studioso di economia e scienze statistiche, diventando “IL fotografo” soltanto in età più matura.
Pare sia stata una missione in Africa a folgorarlo e ad aprirgli la lunga strada che lo avrebbe condotto ai successi nel campo artistico.
Proprio la sua “tardiva” vocazione lo orienterà da subito verso un particolare tipo di fotografia, quella che rivolge l’obiettivo ai temi più importanti della società contemporanea: la povertà, i diritti dei lavoratori, le precarie condizioni di vita nei Paesi in via di sviluppo.
I suoi lavori sono per la maggior parte opere in bianco e nero, che tuttavia risaltano meglio di qualunque colore i particolari sui cui Salgado intende soffermarsi con la fidata Leica.
Le raccolte e gli spunti che egli colleziona nel tempo confluiscono in quella che può senza dubbio definirsi come la sua opera più apprezzata nel mondo:  “La mano dell’uomo”.
In questo libro sono presenti le immagini che meglio rappresentano l’impegno, il duro lavoro, la fatica dell’uomo che, in alcune parti del mondo, ancora vive della propria manualità, in netto contrasto con quella parte del globo che invece scopre,  giorno dopo giorno, i benefici delle moderne tecnologie.
Un successo che perdura e che ci regala tutt’oggi progetti ed opere di inestimabile valore.

A volte la fotografia non mi basta. Quello che conta e mi incoraggia è la lotta che portiamo avanti per un mondo migliore.

~Myriam Guglielmetti~


foto-profilo_grandangolo_myriamClasse 1990, Myriam nasce nel Parco del Pollino ma cresce e vive i suoi primi 18 anni di vita a Sapri.
Iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza, vive a Roma dal 2009 dove alterna lo studio alla sua passione più grande: la scrittura.
Ama il cinema, la lettura, la fotografia.
Blogger dilettante, nell’attesa di diventare giornalista si diverte posando come modella sognando di passare, un giorno, dall’altro lato dell’obiettivo con la sua nuova Reflex, Steve.