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Tutto è fotografia prima ancora di essere realtà. La fotografia è un mezzo espressivo tra i più ambigui che esistano perché se da una parte ha la pretesa di documentare la realtà dall’altra parte è quanto di più lontano dal reale si possa immaginare. Ci accompagna ogni giorno e riempie la vita di ognuno di noi. Tutti ormai non possiamo non definirci fotografi poiché tutti, ma proprio tutti, abbiamo in tasca un apparecchio fotografico – come il cellulare – capace di acquisire immagini dal mondo che ci circonda. Siamo passati dalle foto di eventi importanti (matrimoni o battesimi) alle foto di tutto ciò che vediamo e che ci interessa. E più che parlare di foto è più esatto parlare di immagini ricavate attraverso mezzi diversi e con elaborazioni particolari e perfino con modifiche della realtà: basti pensare alla modifica più semplice di tutte cioè dal colore al bianco e nero. Oggi è possibile tutto. Oggi scattare non è un modo personale per guardare il mondo, non è una sfida che mette in gioco il nostro punto di vista. Oggi scattare è una cosa immediata, permette di vedere subito la foto, di mostrarla. Al tempo dell’analogico le foto non si “facevano”, ma “venivano”. La tipica domanda che si faceva al fotografo era: “come sono venute le mie fotografie?”. Tutto era attesa e magia. Il risultato era influenzato da diverse variabili: il mirino, la messa a fuoco, l’esposizione, il tipo di pellicola utilizzata, etc.. Con l’avvento del digitale e degli smartphones la magia è svanita: dal display si riesce già a vedere come sarà la foto e… senza sorprese! Non si fotografa quello che c’è fuori, si fotografa come se il mondo fosse già una fotografia. Se prima c’era il vero con l’inquadratura, il tempo, l’attesa e la stampa come atto finale, adesso c’è solo la fotografia e neppure stampata. È strano da ammettere, ma non resta nulla delle foto di oggi. Stanno ormai in memorie, in supporti che forse diventeranno illeggibili dal tempo con la vana speranza dentro di noi che un giorno le stamperemo. Passa il tempo e tutte restano lì, dimenticate. Così l’immortalità della fotografia perde molto del suo fascino e diventa memoria labile e quello che conta è l’ultimo scatto che verrà presto sostituito con un altro e un altro ancora. È un po’ come guardarsi allo specchio: non ricordiamo lo specchiarsi di ieri o del mese o dell’anno prima… ricordiamo solo lo specchiarsi di oggi.

Si pensa che la fotografia non menta, ma che la fotografia metta a nudo la realtà, che ci spieghi le cose per quelle che sono: non è così. Niente più della fotografia è in grado di ingannare l’osservatore, di mostrare le cose come non sono. Per citare Lewis Hine, sociologo e fotografo statunitense: “La fotografia non sa mentire, ma i bugiardi sanno fotografare”. Per fare un esempio celebre di fotografia basti pensare a Il bacio all’Hotel De Ville di Robert Doisneau. La foto non riprende una scena autentica, ma la foto è costruita come un set cinematografico. Non c’è nulla di vero e spontaneo in questa fotografia, di vero c’è solo il messaggio che porta, cioè raccontare la felicità di un mondo che andava verso il futuro e che si lasciava alle spalle l’orrore della seconda guerra mondiale. Esempio di inganno fotografico creato “ad arte” senza che la foto sia stata ritoccata o ritagliata.

Con l’avvento del digitale tutto questo inganno è diventato ancora più evidente, dove è impossibile capire il confine con la verità nuda e cruda dell’immagine. Non importa più a nessuno della verità e della realtà dell’immagine. Non è importante tradurre in fotografia la realtà, ma è importante trasformare la realtà in qualcosa di proprio che finisce per essere qualcosa di completamente diverso da ciò che è visto. Si è perso il concetto fondamentale di fotografia che è quello di appropriarsi dell’esperienza e non di quello che si è visto. Non ha importanza la bellezza della foto: quello che conta è l’averla scattata, l’averla catturata. Il significato della fotografia è cambiato perché non è più eternizzare un momento importante della propria vita, ma è portare tutti gli attimi – anche quelli privi di particolare importanza – in una dimensione eterna. Fossilizzare la vita appena si compie o addirittura prima che si compia, una mutazione psicologica che i social network incoraggiano. Se un tempo la fotografia era la vita quando assumeva un forte significato emotivo e simbolico, adesso assume significato solo quando è condivisione e non come scatto in sé. Come dice Roberto Cotroneo, scrittore e saggista, lo scatto un tempo era sguardo su qualcosa mentre adesso è uno sguardo rovesciato: io scatto e condivido la foto non per raccontare cosa ho messo a fuoco, ma per chiedere agli altri chi sono, partendo da una sequenza di foto che sto postando. Così che cercare l’identità degli altri attraverso le immagini, abbiamo finito per mettere in primo piano la nostra.

La fotografia si è trasformata: da pratica per raccontare il mondo a pratica per raccontare se stessi e tuttalpiù il proprio mondo. È cambiata anche “nel modo di fare”: non ha importanza il dopo perché è importante il mentre e l’immediato. Ciò che si vede inquadrato dal display è ciò che sarà. Fotografare non è più bloccare il reale, non è più documentare, non è più ricordare in modo solido ciò che vediamo. Fotografare è inventare un’estetica e una bellezza dove altrimenti non ci sarebbero. E se un tempo si fotografava per sé o per gli amici adesso fotografare è diventato un atto pubblico, un qualcosa che viaggia per il mondo. Va da sé che la fotografia digitale deve adattarsi il più possibile a modelli professionali rispondendo a canoni di bellezza che hanno invaso l’immaginario di tutti. Inoltre, oggigiorno, le foto si devono condividere e non per forza condividere le proprie cose significa trasmettere e amplificare la bellezza del mondo. Però tutti un po’ credono questo. Invece condividere è un po’ liberarsi di qualcosa: si condividono le proprie angosce, i propri problemi, gioie o dolori con amici o fidanzati. Finisce così che condividere le proprie foto è un modo di alleggerirsi e di tenere a distanza la vita: la fotografia non è più un modo per appropriarsi di qualcosa, ma una forma di rimozione.

Nessuno ritrae più quello che vede, mostra sé stesso, i propri spazi, gli oggetti che gli appartengono e al massimo le immagini dei propri cari: sono tutti disposti a far entrare gli altri nella propria intimità e allo stesso tempo tenerli ad opportuna distanza. Insomma si condivide quello che facciamo e non quello che siamo. Così questo esporsi diventa un modo per combattere l’angoscia dell’assenza e l’intimità diventa una forma capovolta di distanza e di estraneità. Non è un caso che si facciano fotografie del proprio volto e non è un caso che l’obiettivo più usato degli smartphones sia quello frontale: lo schermo del cellulare diventa specchio e non finestra sul mondo. Un’intimità che risulta, quindi, rovesciata come una casa che al posto delle finestre ha soltanto specchi e dove guardare fuori è impossibile perché si è in grado solo di guardare noi stessi pensando che questo sia il vero panorama. Le finestre specchiano la nostra vita, ma dall’esterno restano vetri. Si genera un paradosso: gli altri ci vedono, ma noi vediamo solo noi stessi e il mondo è un luogo irraggiungibile  – dove non siamo capaci stare – che sappiamo fotografare sempre meglio.

A questo punto, la relazione tra narcisismo e fotografia è veramente stretta e questo è evidenziato dal proliferare del fenomeno del “selfie”. Teniamo presente che il selfie non è un autoscatto: è la nostra immagine riflessa e fissata in fotografia piuttosto che in uno specchio. Nell’autoscatto non ti vedi mentre si scatta e non puoi valutare e decidere come sarà il tuo sorriso e il tuo sguardo: nel selfie sì e decidi quale sarà l’aspetto migliore di te che dovrai condividere sui social. Ne deriva che questa tendenza sta diventando – se non lo è già diventata – un’ossessione ai limiti di una patologia. L’essere assenti fisicamente sul web deve essere compensato con dei continui segnali che esisto veramente attraverso un mezzo illusorio come la fotografia e nel caso particolare con i selfie. La patologia narcisistica fa danni irreversibili e apparire come non si è, attraverso inquadrature o luci particolari, diventa necessario con una inevitabile falsificazione della normalità. Il motivo di tutto ciò è semplice: si tende di esprimere, attraverso l’immagine, desideri, possibilità e futuri solo sognati. E il proliferare di queste immagini è alimentato da un altro fattore: fotografarsi e mostrarsi è gratis, non richiede alcun investimento. Inoltre, potremmo definire il selfie “iperfotografia”, cioè una fotografia che non testimonia quello che è accaduto, ma quello che accadrà, racconta e comunica un’intenzione. Per fare un esempio estremo, ma che è molto diffuso: una donna spedisce un selfie ad un uomo, con cui ha appena iniziato una relazione, in cui appare seminuda in una posa inequivocabile. A questo punto l’immagine non conta nulla e non serve nemmeno guardare se la luce è quella giusta o se è a colori o in bianco e nero. Quello che ha importanza è ciò che accadrà dopo. I volti non sono volti, ma sono delle volontà e dei messaggi. La modernità narcisistica è l’esempio di come lo scatto e il suo contenuto non hanno alcun valore. L’unica cosa che ha significato è il gesto che può portare ad un incontro o ad una nuova conoscenza, etc.. La fotografia così è indifferente alla verità e alla realtà, all’inquadratura e alle luci giuste come se essa avesse preso il posto della didascalia della foto da diventare un titolo, un luogo, una descrizione.

Fortunatamente, in questo profluvio confuso e chiassoso di fotografie che invadono i social network e creano un indistinto rumore di fondo – se abbiamo voglia di cercare e osservare – esistono ancora delle immagini che riescono ancora a guardarci, a fissarsi saldamente nella memoria collettiva. Sono fotografie che sanno creare uno spazio di silenzio dentro di noi che fermano i nostri pensieri e ci portano altrove e dove possiamo affacciarci da quella finestra per osservare finalmente il panorama e avere uno sguardo sul mondo.

~Orazio Cantio~

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