In un mondo in cui la tecnologia sta modificando il nostro modo di vivere anche la fotografia ha subìto – e continua ancora a subire – radicali cambiamenti nel modo di concepirla dovuti soprattutto ai nuovi mezzi di comunicazione tra cui i social media.

La funzione primaria della fotografia, ovvero raccontare e documentare il mondo, man mano si è tramutata in qualcosa di diverso: non è importante tradurre in fotografia la realtà, ma piuttosto trasformare la realtà in qualcosa di proprio che finisce per essere qualcosa di completamente diverso da ciò che si è visto. Il risultato finale è quello di mettere in “primo piano” la nostra vita e ciò che piace solo a noi per ritrovarsi ad avere uno “sguardo rovesciato” solo verso noi stessi.

Ma prima di approfondire questo argomento fermiamoci un attimo e riflettiamo sul fatto che fotografare è un linguaggio. Il vedere viene prima del parlare, del resto è la prima cosa che siamo capaci di fare prima di acquisire la piena padronanza delle parole e della capacità di metterle assieme per formare frasi di senso compiuto. Ecco, il problema sta proprio nel formare qualcosa di senso compiuto. E perché se la fotografia è anch’essa un linguaggio non deve essere di senso compiuto, significare qualcosa, veicolare informazioni e raccontare per immagini tutto ciò che di bello o, in taluni casi, di meno bello accade attorno a noi? Nessuno si prenderebbe la briga di mettere in una stessa frase parole a caso solo perché stanno bene assieme o hanno un suono gradevole, ma che alla fine insieme non hanno nessun significato e non comunicano nulla. Ebbene, oggi la maggior parte della fotografia che viene veicolata e postata dagli utenti dei social network non significa nulla, non racconta nulla, non è più finestra sul mondo: fotografare è ormai inventare un’estetica e una bellezza dove altrimenti non ci sarebbero. E in tutto questo i filtri fotografici applicati sono la ciliegina sulla torta che rende gradevole qualcosa che altrimenti passerebbe letteralmente inosservata.

Dopo questa premessa generale sulla fotografia, che senz’altro sarà approfondita negli articoli che verranno facendoci anche inevitabilmente la domanda “perché fotografiamo?”, è d’obbligo fermarci ad analizzare un altro aspetto che nasconde delle problematiche sia sociologiche che psicologiche e che sfocia, in qualche caso, nel patologico: il fenomeno dei selfie. Anche in questo caso, prima di addentrarci nel merito della questione, è necessario introdurre il concetto di ritratto e di autoritratto. Il Random House College Dictionary definisce il ritratto di qualsiasi genere “una riproduzione delle sembianze di una persona, in particolare del volto”. Un ritratto, risultato di un processo basato sul consenso, dipende dalla volontà del soggetto di essere fotografato e presuppone fiducia. Solitamente il soggetto si trova davanti la macchina e il suo contratto con il fotografo è tangibile nello spazio che li separa: attraverso questa distanza si instaurano delle relazioni di potere e di tensione tra le persone coinvolte. La stessa fotografia registra questo scambio.

Nell’autoritratto il fotografo e il soggetto coincidono: non si è più dietro la macchina fotografica né tantomeno è possibile vedere se stessi dal mirino. In queste circostanze si perde un po’ di controllo, non essendo possibile prendere decisioni importanti come cosa inquadrare e quando scattare, con la conseguenza che la foto potrebbe non essere di nostro gradimento. In entrambi i casi – ritratto e autoritratto – le nostre fotografie saranno sempre in parte delle sorprese, indipendentemente dal grado di controllo che si può esercitare. Ed è qui che sta il vantaggio: c’è la possibilità che si possa scoprire qualcosa di interessante che va oltre a ciò che pensavamo di fare e, soprattutto per l’autoritratto, può nascere la soddisfazione provocata dalla meraviglia di fronte a qualcosa che non ci si aspetta.

Il selfie non è un autoritratto come erroneamente si è portati a pensare: è la nostra immagine riflessa e fissata in fotografia piuttosto che in uno specchio. Nei selfie decidi quel sarà il tuo sorriso, il tuo sguardo o comunque quale sarà l’aspetto migliore di te che dovrai condividere sui social. Ne deriva che questa tendenza è diventata un’ossessione ai limiti di una patologia. L’essere assenti fisicamente sul web deve essere compensato con dei continui segnali che esisto veramente attraverso un mezzo illusorio come la fotografia. La patologia narcisistica fa danni irreversibili e apparire come non si è, attraverso inquadrature o luci particolari, diventa necessario con una inevitabile falsificazione della normalità. Il motivo di tutto ciò è semplice: si tende di esprimere, attraverso l’immagine, desideri, possibilità e futuri solo sognati. Ed in tutto questo si perde la magia e il fascino originario della vera fotografia che è sorpresa e stupore per il mondo che ci circonda. E così la fotografia si trova ad essere indifferente alla verità e alla realtà come se essa avesse preso il posto della didascalia della foto da diventare un titolo, un luogo, una descrizione perché non testimonia quello che è accaduto, ma quello che accadrà, racconta e comunica un’intenzione.

Così ci ritroviamo ad educare lo sguardo solo verso noi stessi – per poi ritrovarci degli ignoranti a livello fotografico – poiché non si fa più l’esercizio dell’osservare e di raccontare il mondo. Non mettiamo le “parole” giuste al posto giusto e creiamo frasi disordinate e prive di significato che non seguono alcuna regola grammaticale.

Ferdinando Scianna, fotografo e fotoreporter italiano, commenta così questo cambiamento: “Il mondo cambia, perché mai non dovrebbe cambiare? Il problema non è il mezzo e quindi nemmeno gli smartphones lo sono. Il mio non è un giudizio morale. Quello che non va bene della fotografia di oggi, al tempo dei selfie, è che non si riflette più su quello che viene prima dell’immagine, non si guarda più. L’immagine è diventata più importante della realtà come McLuhan* aveva già capito sarebbe accaduto”.

~Orazio Cantio~

 

 

* La fama di Marshall McLuhan è legata alla sua interpretazione innovativa degli effetti prodotti dalla comunicazione sia sulla società nel suo complesso sia sui comportamenti dei singoli. La sua riflessione ruota intorno all’ipotesi secondo cui il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione produce effetti pervasivi sull’immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell’informazione di volta in volta veicolata. Di qui la sua celebre tesi secondo cui “il medium è il messaggio”.

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