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Perché fotografiamo? Questa è la prima domanda che dovremmo farci prima di premere il pulsante di scatto e la prima risposta che viene in mente è che si vuole avere un ricordo, come se fosse pressoché impossibile ricordare senza l’aiuto di una fotografia. Cristallizzare i momenti. Il problema più grande è che, se ci fermiamo un attimo a riflettere, cristallizzando i momenti ci stiamo dimenticando di viverli e come se ciò che ci sta intorno non potrebbe esistere se non necessariamente imprigionato all’interno dei display dei nostri smartphones. Il passo successivo – tantomeno inevitabile – è la condivisione sui social network e ancor meglio se, in quello che abbiamo fotografato, mettiamo pure le nostre facce (selfie) come per ribadire che anche noi esistiamo perché siamo venuti in foto per supplire così la nostra assenza fisica sulla rete.

A questo punto la domanda successiva è: la fotografia di questi tempi può esistere fuori dalla rete?

Oggi chi si avvicina alla fotografia per diletto lo fa mirando ad internet e ai social network con la speranza di far ammirare i propri lavori per ricavarne i cosiddetti “like” e il favore del grande pubblico.  Magari poi questo pubblico di fotografia è completamente digiuno, ma ciò non ha importanza, si è già verificata la situazione che tanti “mi piace” hanno creato un “grande fotografo”.

Niente di più sbagliato. La fotografia non è semplicemente fare soltanto belle fotografie o comunque qualcosa che risulti gradevole alla vista. La fotografia è un linguaggio e di conseguenza deve raccontare qualcosa, deve essere utile. Di solito la rete è piena di fotografie banali, di cose talmente inutili che l’intento di raccontare il mondo attraverso l’obiettivo è fallito già ancor prima di premere il pulsante di scatto.

Se si guarda all’utenza definita “amatoriale” o “dilettantistica” permane una confusione fondamentale tra fine e mezzo che finiscono per divenire un elemento unico che si dibatte all’interno di ripetizioni che si autoalimentano. Lo strumento che per definizione dovrebbe essere solamente un mezzo attraverso il quale si manifesta una volontà di espressione, finisce nei più per essere l’unico fine da raggiungere.

Le domande che ci dovremmo forse porre sono queste: cosa ci spinge a definire porzioni di mondo all’interno di un’inquadratura? Vogliamo davvero rappresentare il mondo come lo vediamo? Oppure vogliamo cercare di bloccare l’inesorabile passare del tempo alleviando l’ansia che deriva dalla consapevolezza di una dimensione terrena transitoria?

È proprio a quest’ultima domanda che l’appassionato cerca di dare una risposta specialmente chi non ha alcun interesse profondo verso l’immagine fotografica. Peccato, però, che le trasformazioni tecnologiche hanno diffuso l’impiego di una fotografia immediata, impalpabile, che compare su uno schermo a cristalli liquidi che è sempre meno spesso stampata senza, ad esempio, fermare il volto di qualcuno nel tempo arrestandone l’invecchiamento su un rettangolo di carta.

Quante domande si possono fare sulla fotografia che facciamo tutti i giorni, ma le domande, purtroppo, sono sempre le solite. Prima si chiedeva che pellicola era stata usata adesso si chiede quanti megapixel ha il sensore della fotocamera. Insomma la tecnologia sarà anche cambiata, ma in pratica tutto il resto è rimasto uguale: lo strumento continua a essere un fine per la maggioranza e quasi nessuno si chiede perché sta facendo qualcosa.

Chiudo con un ultimo quesito provocatorio, ma che si ricollega all’inizio dell’articolo, rivolgendolo a chi in questo momento sta leggendo queste parole:

È meglio, a volte, vivere a pieno un momento felice della propria vita oppure fermarsi a fotografare la felicità?

~Orazio Cantio~

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